Genova, il caso Vannacci e la difesa della democrazia: le piazze devono restare libere e senza paura

L’incontro pubblico del generale e deputato europeo Roberto Vannacci, tenutosi sabato 11 luglio a Genova in piazza Leopardi, ha riacceso con forza un dibattito cruciale che va ben oltre il colore politico o il consenso elettorale: il diritto di parola e la gestione dello spazio pubblico in una democrazia matura. L’evento, inizialmente previsto in via Cesarea e poi spostato ad Albaro a seguito di complesse valutazioni di ordine pubblico con la Questura, è stato inevitabilmente accompagnato da una forte mobilitazione di segno opposto. Da un lato il comizio di Futuro Nazionale, dall’altro i presidi di protesta indetti da sindacati, associazioni e movimenti antifascisti. Un sabato ad alta tensione che ha visto la città parzialmente blindata dalle forze dell’ordine per il timore di scontri.

Il diritto alla piazza come pilastro democratico

Quando un dibattito politico si sposta nelle strade, la concessione delle piazze non dovrebbe mai diventare un terreno di trattativa dettato dalla paura. La vera difesa della democrazia si misura proprio sulla capacità delle istituzioni di garantire la libertà di espressione a chiunque rispetti le leggi dello Stato, indipendentemente da quanto le sue idee possano essere considerate divisive o controverse.

Negare la parola, chiedere la cancellazione di un evento o spingere per lo spostamento di un comizio pubblico per il timore di disordini rappresenta un precedente rischioso. La libertà di riunione e di parola è sancita dall’articolo 21 e dall’articolo 17 della nostra Costituzione. Cedere alla logica secondo cui un incontro pubblico debba essere vietato o delocalizzato a causa delle minacce di contro-manifestazioni significa, di fatto, dare un potere di veto a chi usa la piazza non per proporre, ma per silenziare.

“La piazza è blindata perché qualcuno ha annunciato di volerla mettere a ferro e fuoco, ma il linguaggio è libero. Alle idee si risponde con le idee”. > — Queste le parole dichiarate da Vannacci prima del comizio, che riassumono il nucleo della polemica sul diritto di parola.

Superare la logica delle contromonifestazioni e della paura

Cittadini, residenti e commercianti genovesi hanno vissuto le ore precedenti all’11 luglio con la comprensibile preoccupazione che la situazione potesse degenerare, complici anche i ricordi storici mai del tutto sopiti legati alle tensioni di piazza nella città della Lanterna. È accettabile che l’esercizio della democrazia debba coincidere con quartieri transennati e attività commerciali penalizzate? La risposta è no.

Il diritto alla contestazione e al dissenso è altrettanto sacrosanto e fa parte del DNA democratico, ma deve trovare forme che non puntino all’intimidazione o al blocco fisico dell’interlocutore. Le piazze devono essere concesse e rimanere spazi liberi, fruibili da tutti e protetti non dalla militarizzazione, ma dal rispetto reciproco delle regole del confronto civile.

Conclusione: alle idee si risponde con le idee

La giornata di Genova si è conclusa fortunatamente senza incidenti gravi di ordine pubblico, ma lascia aperto un interrogativo fondamentale sul futuro del dibattito politico nel nostro Paese.

La difesa della democrazia non si fa alzando muri o silenziando le voci sgradite. Si fa permettendo a ciascuno di parlare in una piazza libera e lasciando che siano i cittadini, con il proprio giudizio e il proprio voto, a promuovere o bocciare le idee proposte. La paura di chi contesta non può e non deve diventare il metro con cui si misura la libertà di chi vuole ascoltare.

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